Selfie

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Alessandro Antonelli in Selfie

Sara: perché ti piace il Rione Traiano?
Antonella: Perché ci sono nata
(Sara e Antonella, amiche di Alessandro e Pietro)

Estate 2014, NapoliRione Traiano. Davide Bifolco, 16 anni, muore colpito da un proiettile sparato da un carabiniere che lo ha scambiato per un malvivente. Come tanti adolescenti cresciuti in quartieri difficili, anche lui aveva lasciato la scuola e sognava di diventare un calciatore. Davide non aveva mai avuto problemi con la giustizia.

Estate 2017. Anche Alessandro e Pietro hanno 16 anni e vivono nel Rione Traiano; conoscevano Davide e sono amici fraterni che abitano a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, di carattere diversissimi e complementari.

Alessandro ha lasciato la scuola dopo una lite con l’insegnante che “pretendeva” imparasse a memoria L’Infinito di Leopardi. E’ cresciuto senza il padre che dopo la separazione dalla madre vive lontano da Napoli. Ora fa il garzone in un bar, guadagna poco e non va in vacanza per risparmiare.

Pietro ha frequentato una scuola per parrucchieri, ma al momento non ha un lavoro. La madre è andata in vacanza con gli altri due figli e il padre, che fa il pizzaiolo fuori città, torna a casa una volta a settimana.

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I ragazzi accettano la proposta del regista Agostino Ferrente di auto riprendersi con il suo iPhone per raccontare le loro giornate, la tragedia di Davide, l’amicizia che li lega e la città che si svuota d’estate. I due interpretano loro stessi, guardandosi sempre nel display del cellulare come se fosse uno specchio in cui rivedere la propria vita.

Alessandro vorrebbe venisse raccontato solo il buono del rione e il loro rapporto, non gli va di parlare di cose brutte che vengono già raccontate dalla stampa. Pietro, al contrario, non vuole tacere nulla proprio per poter spiegare quanto è difficile avere una vita normale per loro, in un luogo dove la criminalità ti cade addosso come fosse un destino e non una scelta.

Da un punto di vista narrativo e cinematografico, Napoli è già stata molto raccontata ed anche il regista ha già dato il suo contributo a tutto questo nel suo lavoro precedente Le cose belle (2014), ma quando si è palesata la possibilità di fare questo film finanziato da Arte France ha pensato di fare qualche cosa di diverso e di non adeguarsi a quello che era ormai patrimonio immaginario collettivo di una Napoli con palazzoni, droga e via dicendo, andando invece ad inquadrare la città e quello che vi accade con gli occhi di chi ci vive e lo vede.

A livello sociale la storia di Davide Bifolco viene fuori in maniera preponderante anche se non vuole essere quella di un documentario militante, ma si intreccia in modo totale con la vicenda, raccontando di come il ragazzo sia stato ucciso due volte, la prima materialmente e la seconda nella sua memoria, dovuta all’amarezza che dopo un iter giudiziario la gravità del fatto non è stata riconosciuta. Amnesty International lo ha patrocinato poiché considera che in questa vicenda siano stati violati dei diritti umani.

Il regista ha voluto raccontare queste realtà dal punto di vista – nel vero senso della parola – dei ragazzi, di Alessandro e Pietro, attraverso i loro filmati, rendendosi conto che spesso erano materializzazioni di metafore come ad esempio la vita in salita, l’affanno, il guardarsi allo specchio.

Non ci sono i controcampi ma avviene tutto in piano sequenza. Sono state montate anche telecamere vicino agli smartphone per poter accedere a tutte le immagini oltre ad aver utilizzato la realtà ripresa dalle telecamere di sicurezza.

I protagonisti guardano il cellulare dall’inizio alla fine, come se fossero allo specchio interagendo con il loro ambiente, vedendo così ciò che hanno alle loro spalle ma senza vedere davanti a loro, concetto che rappresenterebbe il loro futuro.

I protagonisti sono sempre concentrati su loro stessi intanto che sono davanti al cellulare. Sia che fossero ripresi da amici, sia che il cellulare fosse fisso sul tavolo, il gioco è che devono guardarsi mentre recitano se stessi mettendo in gioco e decidendo gli argomenti di cui parlare. Gli attori rappresentano quindi dei co-registi in questo senso.

A questo si aggiungono i selfie, un po’ come guardarci guardando il mondo. L’essere riuscito a vedere il selfie come uno sguardo cinematografico che unisce lo specchio al racconto del reale è stato geniale. Il non imporre una voce esterna su una realtà da giudicare, ma capire cosa quella realtà può aiutarci a capire e cosa prevale.

La narrazione è un modo per togliere arroganza alla posizione dell’autore che è di per sé tale – quindi arrogante – perché si arroga il diritto di raccontare il mondo.

In questo documentario si respira la linea di confine tra consapevolezza e rassegnazione. Il concetto di Bene e Male sembra essere molto relativo, e dipende a conti fatti da dove si nasce. Per poter scegliere bisogna conoscere, ma il problema è che questi ragazzi conoscono solo quella realtà. Nessuno spiega loro che c’è un`alternativa.

Riguardo il Rione Traiano è tale, un Rione, e non un’altra cittadina. Ma nonostante tutto sembra proprio un’altra città per quanto è diverso dal resto. La scena del sogno si racconta sulla musica di Nino Rota che dona anima a una delle scene più belle della pellicola.

I dialoghi sono semplici ma incisivi e si nota una certa diffidenza dei protagonisti a costruire un’immagine di sé per non alimentare le continue immagini di una Napoli violenta.

In sintesi, un lavoro prezioso che raggiunge il pubblico toccandolo attraverso la tecnica dello spostamento e del realismo. Il Rione appare ai due protagonisti come una parafrasi de L’Infinito di Leopardi che Alessandro prova a raccontare. E inoltre, la necessità di superare un muro sociale fatto di pregiudizi e paure.

Selfie

GenereDocumentario

Interpreti: Alessandro Antonelli, Pietro Orlando

Un film di: Agostino Ferrente

Durata: 76 minuti

Data di uscita: 30 maggio 2019

REVIEW OVERVIEW
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Nato a Piacenza ma romano di adozione. Laureato al DAMS e cinefilo da sempre. Appassionato di televisione e di teatro, dove ha collaborato come aiuto regista.

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