Quando Napoli ci conforta

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Toni Servillo

Un leggio, una sedia di legno, un fondale azzurro. E un corpo a corpo feroce con la lingua napoletana. Non serve altro a Toni Servillo in questo suo  dialogo cartaceo con la morte e i fantasmi per inchiodare alle poltrone una platea gremita ed eterogenea nel teatro Vascello.
Tre poemetti sul Paradiso (di Giacomo, De Filippo e Russo) per introdurci allo strano commercio tutto partenopeo “tra aldiquà e aldilà”. Poi un Purgatorio d’allucinazioni e apparizioni, dove la morte inutile di un muratore di una poesia di Viviani fa da contraltare al napoletano arcaico e cattivo di Mimmo Borrelli, con la sua variazione sulla bestemmia.
Napoli possiamo guardarla dal mare, attraverso gli sguardi di alcuni ragazzi nudi sugli scogli di Mergellina: è il dolente e barocco Enzo Moscato di Rasoi. Oppure setacciarla attraverso la fisicissima apocalisse di Giuseppe Montesano. Eppure la morte livella tutti: Totò non può mancare, così come una canzoncina sussurrata a portarci conforto. Tre poesie infine percorse da un fremito d’agitazione a mo’ di commiato, e sfottò. È proprio vero che a Napoli il talento non manca.

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