Molto rumore per nulla

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Beatrice in Molto rumore per nulla

C’è molto in questo Shakespeare di Giancarlo Sepe adattato ai giovani senza, però, perdere d’occhio la generazione appena trascorsa, a noi contemporanea. C’è molto e c’è troppo, forse.

Troppo ammiccare intellettuale, troppo già visto e digerito. Insomma troppo rumore per cosa? Per dirci che Shakespeare è alternativo, controcorrente ma comunque sempre classico nella semplicità ieratica della parola e del senso che la struttura?

Gli attori, i personaggi, gli uomini nei ruoli ad essi assegnati dal destino arrivano sul palco e prendono possesso di uno spazio, lo occupano, lo vivono e lo rappresentano in un affastellarsi di registri metateatrali e metaculturali in cui il gruppo si fa attore e spettatore in un alternarsi piuttosto prevedibile di brevi sketch in proscenio tra teatro di corte e di strada, commedia dell’Arte e Brecht.

Vorrebbe essere un allestimento scenico quasi ancestrale e tribale, prima e oltre la civiltà, in un luogo di sopravvissuti a un mondo, Messina in questione, attraversato dalle rovine, imploso nel suo consumismo. Al di qua dei bastioni, ciò che resta di una tradizione che unisce storie di passato Rinascimento e di presente disfacimento, in un contesto ancora vivo in cui si tramandano le storie di allora intrecciandole al presente, intramontabile, dell’amore e delle sue pene, dell’invidia e degli inganni degli uomini e della fragilità della verità a cui siamo condannati.

Anche la parlata mutidialettale in cui si intrecciano varie lingue regionali che vorrebbe esprimere, forse, un nuovo linguaggio dei giovani inquinato in un pot-pourri di risonanze e contaminazioni, rimane accennato, incerto, nella sua decodificazione.

Bene, in questo scenario postmoderno ancora l’uomo rimane legato alle sue storie, alle sue origini e le racconta, le interpreta, le tramanda. Sopravvivono i suoi elementi costitutivi di razza e specie, il corpo, il cibo, l’amore, l’odio.

Gli attori si muovono con disinvoltura e bravura guidati dalla riconosciuta e sapiente regia corale di Sepe e il tutto risulta molto accattivante in questa versione bizettiana di Shakespeare tra Blade Runner e il Mahabharata, ma il rischio è che per essere troppo attenti agli scenari e alle ambientazioni si perda quella che è la raffinatezza estetica di Shakespeare di saper dissezionare l’animo umano al di là dei cliché.

Nella frenesia tarantolata dell’Eros della bella Ero, nelle stereotipate schermaglie d’amore di Beatrice e Benedetto, nei duetti della banalità macchiettistica del male, intessuti tra avanspettacolo e Gollum-Smeagol, e nelle nebbie della ragione del bravo principe Pedro e della sua corte, non c’è forse il pericolo di confondersi in un calderone indifferenziato, affascinati dal mutevole rimando delle forme e degli stili e lasciarsi sfuggire quell’essenza estetica shakespeariana nascosta e rivelata dal raffinato differenziarsi del pensiero che si semplifica in azione?

Quando si chiude il sipario e le stelle lasciano il posto al buio, quando si placano le danze e si affievolisce la musica e i colori si confondono nell’indistinto, perché rischiare che il tutto sembri: troppo rumore per nulla.

Molto rumore per nulla

GenereTeatro

Personaggi e interpreti: Francesca Einaudi, Giovanni Scifoni, Pino Tufillaro, Daniele Monterosi, Lucia Bianchi, Mauro Bernardi, Daniele Pilli, Valentina Gristina, Claudia Tosoni, Camillo Ventola, Fabio Angeloni, Leandro Amato

Regia: Giancarlo Sepe

Di: Shakespeare, adattamento Di Giancarlo Sepe

Sede: Teatro  Eliseo – Roma

Data di uscita: 8 – 26 Gennaio 2014

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