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Festival del Cinema di Roma 2013

Festival del Cinema di Roma 2013

Anche noi di Amazing Cinema saremo presenti al Festival Internazionale del Film di Roma 2013 con i nostri inviati speciali.
Recensioni, glamour, red carpet, premiazione e tutto ciò che è il mondo del cinema. Restate con noi per entrare nel cuore del festival, anche su Facebook!

 

I Film

 

L’ultima ruota del carro

Il Festival Internazionale del Film di Roma 2013 decolla con il film di Veronesi, molta attesa del pubblico e della stampa per la scelta del film di questa nuova edizione.
Ernesto, interpretato da Elio Germano, è un uomo semplice di estrazione popolare che cerca di farsi strada nella vita. La sua esistenza è costellata da varie situazioni lavorative che fa suo malgrado quali ad esempio tappezziere o cuoco di un asilo fino ad arrivare ad essere trasportatore. Semplice, genuino e con poche ambizioni ma sani valori quali ad esempio l’amicizia con l’amico di sempre Giacinto, interpretato da Ricky Memphis, e la famiglia con la dolce Angelina, interpretata da Camilla Filippi.
Veronesi fa un tuffo nella storia degli anni ’80 creando una commedia italiana corale. Omaggio ai grandi autori come Ettore Scola e Mario Monicelli, si parte dalla commedia e si arriva a una narrazione fatta di vizi e virtù per poi parlare del nostro amato Paese, raccontando le problematiche in una cornice sociopolitica. Ernesto ė un personaggio vero e Veronesi con grande talento racconta in modo sartoriale la sua verità non tralasciando niente.
Film drammatico e grottesco con una piccola vena comica che racconta la vita. Il pubblico si riconosce in Ernesto, uomo del popolo, autentico senza sovrastrutture: questo fa di lui un personaggio vincente che va oltre le difficoltà della vita. La vita che si snoda è fatta anche di episodi comici e ironici: ad esempio quando Ernesto vive la morte di Aldo Moro come una seccatura perchè resta forzatamente chiuso per tre ore in un appartamento a via delle Botteghe Oscure, oppure quando con la vittoria dei mondiali trova la forza per cambiare vita. Il racconto parte dal Paese e da qui si vira sulla commedia che comprende tutti i generi, compreso anche quello politico.
Il lavoro fatto dal regista sul personaggio comprende varie fasi di crescita che Ernesto fa, con sullo sfondo una grande storia di amicizia e amore. Non c’è odore di tradimento ma troviamo un uomo e una donna che si amano e che scappano da se stessi, ma vivono uno per l’altro. Una storia corale fatta di tante persone e di una grande normalità, con una coppia che condivide tutto. Si racconta una famiglia unita dove Angela è quella che riporta sempre Ernesto ad avere i piedi per terra. Molti sono i temi affrontati come il sogno del posto fisso, la corruzione e il potere della ricchezza, ma il protagonista vuole essere l’ultima ruota del carro. Attraverso quest’animo semplice si entra anche nel mondo dell’arte grazie agli splendidi quadri di Mimmo Paladino che fanno da sfondo al fantastico acting di Alessandro Haber che impersona un pittore focoso ed impetuoso che porta Ernesto alla conoscenza di un mondo a lui ignoto. Nel suo candore l’uomo viene sedotto dal mondo dell’arte al punto tale di affezionarsi alle tele che trasporta. La fine è catartica, la fortuna di Ernesto finisce nella spazzatura o meglio nella monnezza, ma come dice il protagonista mai buttare le cose della vita. Il messaggio del film è nella famiglia, unica carta vincente. Una commedia gradevole e dal tono dolce e amaro che lascia anche spazio alla riflessione.

 

Dallas Buyers Club

Il film ispirato a fatti realmente accaduti racconta la forza e la voglia di vivere di Ron Woodrof interpretato da uno strepitoso Matthew McConaughey, elettricista e cowboy da rodeo che sfida la vita a cavalcioni di un toro.
Trasgressivo, compulsivo in tutto quello che fa, ingoia la vita tra sesso facile, alcool e droghe. Un malessere lo porta in ospedale dove gli viene diagnosticato l’AIDS e una morte certa in 30 giorni. La spietata sentenza lo porta a ribellarsi per volersi riprendere quello che la malattia gli vuole togliere.
Pronto a tutto pur di sconfiggere un male devastante indaga su internet e scopre che ci sono farmaci non autorizzati che rallentano la malattia. Il protagonista omofobico si scontrerà con un mondo a lui sconosciuto, quello degli omosessuali,  la categoria più colpita dal virus. La sua tenacia lo porterà ad ingaggiare una battagli per dare la possibilità ad ogni malato di usare i medicinali che ritiene corretti.
Storia forte, coraggiosa oltre ogni limite ma mai piagnucolosa affronta il problema con grande umanità. Personaggi veri e incredibili ma totalmente diversi si completano in grande armonia, Jared Leto è Rayon, una drag queen, e Ron il cowboy solitario si incontreranno e da questo incontro nascerà un nuovo percorso per entrambi che abbatterà ogni barriera.
Leto è una queen magnifica in abiti femminili e con una sensibilità talmente forte da lasciare senza respiro. McConaughey è un virile, forte, rude cowboy di rodeo che dimostra tutto il suo essere nel domare i tori e, nello stesso modo in cui affronta il toro, il protagonista affronterà la sua battaglia per la vita combattendo contro il rigido protocollo medico aiutato dalla dottoressa Eve interpretata da Jennifer Gardner.
Il regista rompe le regole del silenzio e affronta il problema trovando una via d’uscita e dando una speranza. Toccante, emozionante, coinvolgente … insomma fatto per entrare nel cuore degli spettatori.
Uno scroscio di applausi segue la proiezione, stampa entusiasta, ragazzi … questo è grande cinema!

 

Song’ e Napule

Uno scroscio di applausi per la proiezione del film dei Manetti Bros per riconfermare il loro talento. Paco interpretato da Alessandro Roja si è diplomato al conservatorio ed è disoccupato, ma grazie all’intervento della madre amica di un politico locale, trova lavoro come poliziotto e viene messo subito in trincea dal commissario Cammarota alias Paolo Sassanelli.
Il piano del commissario consiste nell’infiltrare Paco nella band del famoso cantante Lollo Love alias GianPaolo Morelli per partecipare al matrimonio della figlia del boss Antonietta Stomaienco dove, a quanto sembra, interverrà anche il famoso camorrista detto O Fantasma, re del clan di Somma Vesuviana. Paco si troverà a affrontare disavventure tragicomiche vestendo anche i panni del pianista Pino Dinamite e rischiando anche la sua vita.
L’idea del film nasce da Morelli e viene supportata dal produttore Luciano Martino, purtroppo scomparso. Il poliziotto Paco, molto borghese, è un napoletano che non vuole essere tale, ma che viene inserito dai Manetti Bros in un tessuto sociale popolare dove furoreggia il cantante neo melodico Lollo Love.
Il neo melodico, genere molto conosciuto al sud e specialmente a Napoli, è usato come accompagnamento ai matrimoni dei ricchi. In questo contesto si inserisce il film dei Manetti: colorato, comico, poliziesco e romantico. Il film è una dichiarazione d’amore per Napoli e per la sua cultura, in questa realtà complessa dove si parla anche di camorra. Il matrimonio al sud è visto come una fonte di ostentazione, dove bisogna investire molto denaro e avere anche una musica adeguata.
Il genere musicale neomelodico viene visto come trash e cafone ma se non si hanno preconcetti si può scoprire anche della musica di ottima qualità. Alessandro Roja è un poliziotto imbranato che pur amando Napoli si vuole ripulire dal caos circostante, una mosca bianca. La narrazione porta alla luce i pregiudizi che ci sono sulla città e le difficoltà che si hanno nelle amicizie e nell’amore. Il tema dell’amicizia viene trattato con ironia, esilaranti i siparietti tra Paco e il puro Lollo Love. Buon livello attoriale, sia Roja che Morelli, poco sfruttato nel cinema, dimostrano la loro bravura. Serena Rossi è la deliziosa sorella di Lollo Love e, infine, Carlo Sassanelli che dal meglio di se nel ruolo del commissario e Carlo Buccirosso comico come non mai.
Una commedia di genere poliziesco tutta da ridere, molto godibile

 

Lei (Her)

Il nuovo film di Spike Jonze presentato tra i film in concorso con un magico Joaquin Phoenix, Scarlett Johansson voce fuori campo, Amy Adams, Rooney Mara e Olivia Wilde. Una grande attesa, per un grande film che non ha lasciato dubbi sulla genialità del regista Spike Jonze. Un trionfo, forse c’è già il vincitore del festival a meno che non spuntino fuori altri capolavori. Il film, tutto incentrato sulla tecnologia, parla del rapporto d’amore con un computer. Forse c’è talmente tanta solitudine che il mondo virtuale diventa un’alternativa al bisogno d’amore. Il futuro visto dal regista ha scenografie molto colorate e location high tech contrastano con gli abiti del protagonista vintage anni 70.
Joaquin Phoenix è Theodore Twombly, un uomo triste e solitario, la sua malinconia è frutto di un divorzio in cui ha perso parte di se stesso. Il suo lavoro è l’unica fonte dove riversa il suo essere, scrivere a pagamento lettere per altri. La sua vita ha una svolta quando nel comprare un nuovo sistema operativo si innamora della voce l’OS parlante che si chiama Samantha. Samantha con la sua voce calda e sensuale interpretata da Scarlett Johansson lo risveglia dalla sua apatia e gli provoca di nuovo finalmente emozioni ormai lontane.
Il lavoro fatto dal regista è complesso, scottante ma anche divertente, e proietta l’uomo forse in un futuro non molto lontano dove tutto sarà gestito attraverso il mondo tecnologico. Joaquin Phoenix da il volto a un personaggio tenero, solitario e assurdo che non riesce più a relazionarsi con il mondo esterno se non attraverso la scrittura.
Commovente, spiazzante, un film che entra nel cuore con una regia sapiente molto ben costruita. Attori con voci splendide, inaccettabile un doppiaggio per un film molto giocato a livello emozionale sulla voce. Una colonna sonora splendida degli Arcade Fire, immagini eleganti e una regia strepitosa fanno di questa pellicola “il capolavoro”, anche se il futuro che ci vene prospettato è inquietante dove non ci sarà possibilità di rapporti umani.

 

Acrid

Soheila e Jalal sono una coppia di mezza età in crisi, molte poche cose in comune e nessuna comunicazione, un matrimonio ormai usurato dalla stanchezza e anche dalla profonda indifferenza che dimostra Jalal per la moglie. Azar è la nuova segretaria di Jalal, sposata con Khosro, istruttore di scuola guida, due figli piccoli e tutto il peso della famiglia sulle spalle. Khosro è infedele, infatti ha una relazione con una sua allieva di guida, una donna colta insegnante all’università di chimica Mahsa per la quale vuole lasciare la famiglia per farsi una nuova vita. Misha, giovane universitaria figlia di Jalal, è disperata per il tradimento del fidanzato. La ragazza di fronte a un fatto così doloroso decide di ritornare a casa per farsi consolare dal padre, il ginecologo Jalal, anche lui un incallito infedele che assume solo donne single nel suo studio per motivi poco professionali. Il regista Klarash Asadizadeh mostra una realtà femminile molto sola e disperata, donne che vengono tradite e ignorate dagli uomini. Un intreccio di relazioni complesse dove l’amore è finito e la donna in qualche modo è sottomessa, non si è ancora liberata. La società iraniana viene vista come ipocrita, dove si vivono situazioni sentimentali nell’ambiguità rendendo infelici le persone vicine. Forse il titolo del film sta a dimostrare come certi comportamenti pregiudichino la vita degli individui non lasciando spazio alla felicità. Il registra mostra un mondo fatto solo di ipocrisia, dove la tradizione vince su tutto, i pregiudizi non vengono combattuti. La pellicola ci mostra solo donne che soffrono e non hanno la forza di ribellarsi anche di fronte al tradimento, tanto dolore, nessuna gioia se non l’asprezza della vita.

 

Il fuoco della vendetta – Out of the furnace

Russell Baze non ha una vita facile: il suo lavoro è in una fornace che fonde l’acciaio, nel tempo libero corre dal padre malato terminale che assiste amorevolmente. Il fratello Rodney disoccupato, reduce da una missione in Iraq, per sbarcare il lunario fa incontri clandestini di boxe.
Questa sua attività lo porta a contatto di una potente organizzazione criminale che opera nel nord est degli Stati Uniti. Per saldare debiti di gioco Rodney all’insaputa del fratello accetta un incontro che lo farà scomparire misteriosamente. Russell vedendo l’inettitudine della polizia si metterá alla ricerca di Rodney e cercherá di affrontare i responsabili. Il film di Scott Cooper, girato magistralmente, mette in primo piano il sentimento d’amore che lega i due fratelli per poi passare alla vendetta. Violento ma ben costruito, ogni fotogramma è un colpo allo stomaco, la caccia all’uomo di Russell è emozionante anche perchè ha la stessa intensitá con cui il protagonista caccia il cervo. Nell’essere spietato, il regista pone sullo stesso piano l’uomo all’animale, c’è un chiaro dejà vous verso Il cacciatore, film di Micheal Cimino; molte le similitudini: la caccia al cervo, la crisi dell’America che accomuna gli operai, qui siamo in un’altra era quando si va in Iraq a fare i volontari. Lo spaccato sociale americano che ci balza agli occhi è quello della crisi, gli operai avviliti e demotivati, consapevoli che l’ultima loro risorsa sta svanendo, la fornace forse chiuderà e l’acciaio sarà importato dalla Cina. Uomini dignitosi, che credono nei valori e nella nazione, consapevoli del duro momento, che lottano in maniera diversa per la sopravvivenza. Il dolore viene affrontato da i due fratelli che lottano per uscire dal tunnel con convinzioni diverse. Forte, duro, crudo, con attori grandiosi come Christian Bale, Casey Affleck e Woody Harrelson crudele come non mai. Un film intenso che lascia senza respiro, un racconto di redenzione molto ben calcolato.

 

Manto Acuifero

Carolina detta Caro si trasferisce nella casa del nuovo compagno della madre. Di lei sappiamo poco se non che la lontananza del padre e la presenza di un uomo che sente estraneo le provocano grande tristezza. In compenso trova ristoro nel giardino della casa dove si diverte ad osservare la vita dei minuscoli animaletti che lo abitano. Tutto sembra procedere senza nessuna novità ma l’umore dei tre protagonisti inizia a peggiorare, rivelando gli aspetti più nascosti delle rispettive personalità.

Diretto da Michael Rowen, regista che si era messo in evidenza con il controverso e crudo Año Bisiesto vincitore della Camera d’or per la miglior opera prima al 63° Festival di Cannes, questo e’ un film generoso, a patto che lo spettatore entri in sintonia con i ritmi di un racconto che ha la pazienza di mettersi in ascolto delle cose minute della vita, quelle che tendiamo a trascurare e che invece determinano il destino degli uomini. Per farlo Rowen piazza la telecamera ad altezza bambina e da li non la muove. L’effetto è straniante perché i limiti dello schermo adattati alla statura di Caro diventano la misura di tutto quello che risulta estraneo e spiacevole, e che rimane fuori dalla vista dello spettatore. Cantore della solitudine degli essere umani, Rowen filma con uno sguardo da entomologo e uno stile anti naturalista, in cui il realismo delle emozioni in gioco la fa da padrone. Una delle sorprese del festival, auguriamo alla pellicola di arrivare nelle sale. Lo meriterebbe.

 

La luna di Torino

Nel 2010 Dopo mezzanotte fu uno delle sorprese della stagione raccontando Torino come mai era stato fatto. La città sabauda ritorna protagonista di un nuovo sopralluogo nel film firmato ancora una volta da Davide Ferrario, vero e proprio ambasciatore del capoluogo piemontese. La storia segue le vicende di tre personaggi che condividono sentimenti ed un appartamento. C’è Giulio che vive di rendita grazie all’eredità dei genitori, Maria aspirante attrice ed impiegata in un agenzia di viaggi, ed infine Dario, studente di lettere che lavora in uno strano bioparco dove animali ed esseri umani si condividono gli spazi. Ognuno di loro cerca la propria strada ma l’amore ci mette lo zampino.

Ferrario parte dalla città e dalle sue caratteristiche per costruire un mondo magico e fantastico in cui Torino perde le sue peculiarità topografiche per diventare uno stato dell’anima. Così, pur rimanendo con i piedi a terra, il film sembra spinto in avanti dalla fantasia dei tre protagonisti in un modo che fa di questa pellicola una versione italiana de Il favoloso mondo di Amélie di Jeunet. A materializzarle e renderle visibili ci pensano le peripezie di tre caratteri teneri e buffi, che il regista definisce attraverso un universo a metà strada tra modernità e tradizione. In questo modo l’iconigrafia cittadina, rimodellata riciclando spazi e luoghi della Torino post olimpica si mischia con i continui richiami una cultura letteraria e cinematografica che mette insieme i pensieri e le parole dello Zibaldone Leopardiano con spezzoni di pellicola appartenenti al cinema muto. Elegante e leggero, Ferrario coglie l’essenza di una città ormai lontana dai tempi della Fiat ed aperta verso ciò che la circonda, come dimostra il riferimento alle 45 parallelo che idealmente unisce Torino al resto dell’ecumene. Se amate la poesia e volete sognare questo è il vostro film. Non perdetelo quando uscirà nelle sale.

 

Il venditore di medicine

Nascosto tra le pieghe di un festival ricco di proposte questo film propone un ritorno alla realtà nudo e cruda, quella che arriva direttamente dalla cronaca e dalle inchieste dei giornali. Il film di Antonio Morabito infatti entra nel merito degli scandali legati alle lobby farmaceutiche accusate di speculare sulla salute dei cittadini alimentando il mercato con il commercio di medicinali scadenti e somministrati in numero superiore rispetto alla domanda. Una guerra spietata tra colossi della chimica che trova i suoi sicari negli informatori farmaceutici che spacciano il prodotto, corrompendo medici consenzienti. Non tutti sono uguali, qualcuno si ribella e prova a cambiar rotta, ma a perdere è sempre e solo la salute dei pazienti. Un quadro sconvolgente che Morabito riassume attraverso la parabola di Bruno , il venditore di medicine, disposto a tutto pur di conservare un posto diventato precario a causa della crisi. L’unica possibilità di salvezza e’ quella di convincere il primario di un grande ospedale di firmare il contratto per l’acquisto di un prodotto costoso e probabilmente poco efficace. Il tempo stringe e di mezzo ci sono anche le aspettative della moglie di Paolo, tenuta all’oscuro sulle difficoltà finanziare del marito e per questo desiderosa di avere un figlio. Morabito tratta la vicenda alla stregua di un noir metropolitano, costruendo un meccanismo credibile negli snodi che assicurano la tensione, senza per questo perdere nulla nell’analisi del problema. La qualità più importante del film e’ la chiarezza di una denuncia che non diventa mai didascalica. L’unico difetto, si fa per dire, e’ quello di non lasciare l’illusione di un mondo migliore. Cinema italiano che sembra fatto in America. Per Claudio Santamaria la possibilità di un rilancio in grande stile.

 

Sorrow and Joy

Nel gelido inverno danese il regista Johannes alias Jakob Cadergren torna a casa eli si trova di fronte a una tragedia di proporzioni immense, cioè la moglie Signe alias Helle Fagralid afflitta da una sindrome psicodepressiva ha ucciso sua figlia Maria di nove mesi a coltellate.
L’uomo dimostra una fredda calma nell’affrontare l’accaduto, non sprofonda nella disperazione ma cerca il modo per proteggere la moglie rinchiusa in un ospedale psichiatrico. L’uomo è convinto che l’unico responsabile di questa atrocità sia lui e non Signe, lui con la sua mania del controllo e la sua ossessione per la carriera cinematografica hanno portato la donna a un atto di follia. La donna già era afflitta da depressione e curata con forti dosi di litio, interrotto in gravidanza, ma proprio 10 anni prima Signe depressa aveva cercato il suicidio ed era stata ricoverata.
Nella narrazione il regista attraversa le varie fasi del rapporto di coppia, dall’innamoramento, al matrimonio e all’inizio della crisi del rapporto. Johannes, regista affermato, egoista e narciso molto dedito al suo lavoro e poco incline all’ascolto, non riesce a recepire il grido di aiuto della moglie. Signe una donna disturbata e fragile, gelosa del marito e del rapporto seduttivo che l’uomo istaura con la giovane attrice protagonista del suo film.
Molto psicologico, il film scava nelle ragioni del cuore e dell’anima per trovare una risposta a un infanticidio di cui si assume la colpa Johannes. La pellicola gelida non è altro che una seduta di analisi dove tutti si confessano, la madre si incolpa di non aver educato la figlia, il padre si sente responsabile per aver sofferto di depressione e infine il marito si colpevolizza per la sua scarsa presenza e per la fascinazione per le giovani attrici. Forse l’idea iniziale del regista Nils Malmros era un thriller che si smorza divenendo soltanto un dramma, che si consuma nel gelo più totale e avvolge lo spettatore non riuscendo a pieno a coinvolgerlo.

 

Quod Erat Demostrandum

Nel rinascimento in atto il cinema rumeno ci ha abituato ad opere che alla modernità delle soluzioni formali accompagna una descrizione approfondita della società post comunista. Opere come 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, Oltre le colline ed Il caso Kerenes hanno vinto premi e consensi grazie all’esattezza con cui hanno fotografato la situazione di un paese ancora impegnato a leccarsi le ferite provocate dalla dittatura di Ceausescu. Per questi motivi questo lavoro di Andrei Gruzsnicki ripiombando nel bel mezzo dei tempi bui rischia di prendere in contropiede lo spettatore appassionato. Nel film il dittatore e’ vivo e vegeto e si assicura il controllo dello stato attraverso un apparato burocratico dedito al ricatto ed alla delazione. In questo clima si inserisce la storia di tre personaggi che nel loro insieme riescono ad offrire un campione che rende l’idea del clima e dei sentimenti che attraversarono quegli anni. C’è infatti il commissario della polizia segreta  ossessionato dal suo lavoro ed in cerca di una promozione. A farli compagnia un’impiegata del partito in attesa di raggiungere il marito esule a Parigi ed infine un matematico dai pensiero innovativo, e per questo desideroso di farsi apprezzare spedendo oltre cortina il manoscritto delle sue ricerche. Per ognuno di loro la felicità potrà essere raggiunta solamente a discapito degli altri.

Girato in un bianco e nero luminoso e pulito il film riprende situazioni e dinamiche già state alla base di un film come Le vite degli altri, ma sostituisce la temperatura ossessiva e claustrofobica con una visione compassata che pur trattando un soggetto drammatico lo stempera con una vena sottilmente grottesca, che rende bene l’ impressione di un mondo di marionette dominate da un burattinaio invisibile e crudele. Così dalla fisiognomica da commedia dei personaggi alla forzata staticità della messinscena, e continuando con una serie di particolari divertenti come quello del padre della donna che ogni sera al suo rientro le fa la lista delle cose che ha fatto durante la giornata, ancora smascherando le debolezze del potere raccontandolo nell’inadeguatezza e nelle piccinerie del suo privato, come succede al poliziotto deriso dalla ex moglie che lo congeda compiangendolo per i suoi tic da poliziotto oppure al ritratto piccolo borghese della vita famigliare del collega del matematico. Singolare e straniato, questo e’ un film di rara intelligenza e di un’originalità che si nutre di apparente semplicità.


Seventh Code

L’avevamo lasciato a Locarno dove Kurosawa Kiyoshi aveva presentato in concorso Real, storia di fantascienza che prendeva in considerazione i diversi stati di coscienza. Lo ritroviamo a Roma, sempre in concorso con Seventh Code, thriller dal sapore hitchcokiano, incentrato sul contrasto tra realtà ed apparenza attraverso una storia ambientata interamente in Russia, e precisamente a Vladivostock dove Akiko arriva alla ricerca di Matsunaga, un uomo d’affari che ha conosciuto per caso e che non riesce a dimenticare. Ma il nuovo incontro si rivela carico di presagi e quando l’uomo dopo averla messa in guardia sui pericoli della città sparisce nuovamente, Akiko inizia una ricerca che la porterà lontano dalle premesse di partenza.

Artefice di uno stile unico ed inimitabile – basterebbe guardare la stilizzazione dell’ambiente e la pulizia dell’immagine – Kurosawa si distingue anche dal punto di vista dei formati presentandosi al Festival con un film che raggiunge a stento la durata di un’ora. Un tempo sufficiente al regista giapponese per mettere a punto uno spettacolo a base di colpi di scena – c’è ne uno grosso che non possiamo raccontare senza rivelare il finale della vicenda – e cambi di registro, con il film che inizia come una storia d’amore e si trasforma in una crime story, con i personaggi chiamati ad un continuo cambio di ruolo e di posizioni. Mutamenti che arrivano repentini ed improvvisi ma che la forma cinematografica di Kurosawa, ispirata ad una dimensione da fumetto, riesce a rendere completamente plausibili. E quando alla fine il sorriso di Akiko regala al film una conclusione che si fa beffa dello stato d’animo dello spettatore, poco prima avviato ad una felicità da lieto fine e poi spiazzato dalla nuova svolta, capiamo che nel cinema di Kurosawa l’esistenza è come un gioco, e l‘unico rischio è quello di non viverla.

 

Serata Finale del Festival Internazionale del Film di Roma: premi, vincitore

Si è conclusa con una cerimonia di premiazione il Festival Internazionale del Film di Roma, serata un pò sottotono per una manifestazione così importante. Hanno condotto la serata una Anna Foglietta poco in forma sulla pronuncia dei nomi degli ospiti stranieri e il grande cerimoniere Marco Muller, invece sempre perfettamente in tono con l’evento. Dopo tanta attesa e tanto vociferare tra i giornalisti sul vincitore del Marc’Aurelio d’Oro vince Tir, il film italiano di Fasulo, grande delusione della stampa. Come per Sacro Gra di Rosi, Fasulo gira il film su un tir che vaga per l’Italia, solitario, introspettivo, unico compagno di viaggio in due ore di proiezione è la solitudine del camionista jugoslavo. Dopo tanti film di grande spessore, siamo stupiti ancora una volta per la scelta della giuria per un premio così prestigioso assegnato a un film ben confezionato, ma non certo del calibro di Her, di Dallas Buyers Club o di Il fuoco della vendetta – Into the furnace. Ogni anno le scelte fatte dai giurati ci stupiscono: la migliore interpretazione femminile premio conferito a Scarlett Johansson lascia interdetti dato che l’attrice è solo una voce narrante. Ma forse questa scelta ardita dei giurati va a allinearsi al film di Spike Jones, in futuro non molto lontano, dove i rapporti umani stanno quasi scomparendo l’amicizia o l’amore con un OS può essere una formula si sopravvivenza. La giuria si è talmente avvicinata al messaggio futurista del regista che ha scelto una voce e non una presenza femminile.

Ecco l’elenco dei vincitori:

La Giuria Internazionale, presieduta da James Gray e composta da Verónica Chen, Luca Guadagnino, Aleksei Guskov, Noémie Lvovsky, Amir Naderi e Zhang Yuan ha assegnato i seguenti premi:

Marc’Aurelio d’Oro per il miglior film: Tir di Alberto Fasulo

– Premio per la Migliore Regia: Kiyoshi Kurosawa per Sebunsu kodo (Seventh Code)

Premio Speciale della Giuria: Quod Erat Demonstrandum di Andrei Gruzsniczk

– Premio per la migliore interpretazione maschile: Matthew McConaughey per Dallas Buyers Club

– Premio per la migliore interpretazione femminile: Scarlett Johansson per Lei (Her)

– Premio a un giovane attore o attrice emergente: tutto il cast di Gass (Acrid)

– Premio per il migliore contributo tecnico: Koichi Takahashi per Sebunsu kodo (Seventh Code)

– Premio per la migliore sceneggiatura: Tayfun Pirselimoğlu per Ben o değilim (I Am Not Him)

Menzione speciale: Cui Jian per Lanse gutou (Blue Sky Bones)

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